Rotte boreali

Messaggio di Arturo Lona Reyes, vescovo emerito di Tehuantepec

Desideriamo che il governo consideri seriamente che le riforme non servono a niente se sono macchiate di tanto sangue. In nome di Dio, allora, ed in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti, ogni giorno più tumultuosi, salgono fino al cielo, vi supplico,vi prego, vi ordino in nome di Dio, che cessi la repressione! (Oscar Arnulfo Romero, 23 marzo 1980)

Sorelle e fratelli,

condivido con voi che da quando mi resi conto che i miei passi avrebbero percorso questo Istmo (di Tehuantepec, ndr), capì che questo luogo mi avrebbe regalato tutti i motivi e stimoli di cui ha bisogno un essere umano per vivere in pienezza  la sua vita, mio padre e mia madre incoraggiarono la mia vocazione e mi accompagnarono nel mio viaggio. Mamma Lolita decise di fecondare questa terra istmeña e ora riposa nei luoghi della immortale “sandunga”.

Fratelli sacerdoti, sorelle religiose, credenti impegnati, persone generose e solidali e soprattutto i poveri di questa regione, mi hanno insegnato que a volte bisogna essere attenti al baccano dei bambini, alla sapienza dei vecchi, ascoltare le voci di madre natura che parla attraverso il fiume, il canto degli uccelli, il vento e i lunghi sentieri della montagna che sempre conducono da qualche parte.

Si nota che vengo da San Francisco LaPaz, Chimalapa? Davvero? Li, nella la selva, sogniamo di costruire una scuola comunitaria. Il passato 25 di questo mese (giugno 2016, ndr) le popolazioni chontales, che si stanno organizzando per difendere il loro territorio, mi hanno invitato a partecipare alla formazione del loro processo comunitario. Nonostante l’età, non perdo la capacità di stupirmi per questa prodiga terra istmeña. Mi sento un pellegrino che ha percorso questa regione dell’Istmo, alimentandomi delle sue speranze, che hanno rafforzato la mia fede nel Gesù della storia, sempre presente nella vita e nella memoria dei popoli. E’ doloroso, è triste sapere che donne e uomini sono soggetti a repressione, sono incarcerati e che in questi ultimi giorni la gente si è riversata nelle strade per sostenere gli insegnanti, hanno occupato strade per fare sentire le loro richieste. Mi indigna vedere che i canali di dialogo che si sono aperti, risultano insufficienti perché la tranquillità ritorni nella nostra società.

Prima di partire per Città del Messico, ho voluto salutarvi e condividere la mia costernazione, parlo a voi, quelli che con la speranza di essere ascoltati, alimentano una resistenza civile e interpellano con dignità il procedere di quelli che hanno ricevuto il mandato dei cittadini di vegliare per questa Nazione e oggi possiamo constatare che l’esercizio del potere perverte e depreda i lavoratori dell’educazione, i padri e le madri di famiglia e la cittadinanza in generale. Cosi come per voi, il nostro cuore è oppresso per la lunga lista di ingiustizie che pesano e segnano il lutto di intere famiglie e mettono in dubbio uno stato messicano che all’estero si vanta di difendere il suo carattere democratico.

No, non ci stanchiamo di alzare la nostra voce verso i diversi livelli di governo e soprattutto al potere legislativo, che nell’approvazione delle leggi devono anteporre il sentimento di questa Nazione Messicana.

Oggi vi scrivo per manifestare la mia solidarietà e incoraggiarvi in questo cammino di ricerca di una pace con giustizia e dignità, ricordandovi che in mezzo a tante avversità non dobbiamo dimenticare che siamo difronte ad un processo lungo, che dobbiamo alimentare con proposte che costruiscano la comunità giusta che tanto desideriamo.

FRATERNALMENTE

+ Arturo Lona Reyes

 

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LA “REFORMA EDUCATIVA” E I DIRITTI UMANI IN MESSICO

Sono in molti a pensare che alla CNTE (Coordinación Nacional de Trabajadores de la Educación) e la Seccion 22, che la rappresenta in Oaxaca, siano da imputare atti violenti e non pochi fatti che hanno il sapore di corruzione, interessi di parte o addirittura privati. Ma la CNTE e la sua Seccion 22 sono da sempre anche il punto di riferimento per i movimenti che lottano per i diritti civili ed umani di un popolo, quello messicano, che vive quotidianamente la violenza e l’impunità della malavita organizzata e delle istituzioni corrotte, che hanno svenduto al capitale nazionale e soprattutto a quello multinazionale le ricchezze del Messico. Non solo le materie prime, il petrolio, l’acqua, il legname pregiato ma anche la ricchezza delle sue culture e l’idea stessa di appartenenza comune ad uno Stato e ad una stessa società multiculturale.
È per questi motivi che la repressione che il governo di Enrique Peña Nieto sta esercitando sulla protesta degli insegnanti contro la così detta “riforma dell’educazione”, ha creato un forte movimento di solidarietà verso la CNTE, cancellando le critiche, i dubbi e le accuse da sempre mosse a questa Coordinadora e ha ricompattato le diverse anime che la compongono.
Genitori, studenti, cittadini comuni, scuole, difensori dei diritti umani, sindacati, organizzazioni sociali, comunità indigene, sono scese a sostenere la protesta della CNTE.
Va anzitutto detto che questa riforma, voluta da Peña Nieto e da Aurelio Nuño, Ministro dell’Educazione, è in realtà una riforma del lavoro, che facilità la mobilità ed il licenziamento del corpo insegnante – che ha interessato fino ad ora non meno di 20 mila docenti, appartenenti soprattutto alla CNTE – e che prelude alla chiusura delle scuole di molte comunità indigene, i cui ragazzi dovranno recarsi altrove per poter andare a scuola, favorendo così quello sradicamento necessario per il controllo delle risorse dei territori comunitari da parte delle grandi imprese.
C’è qui da fare un inciso, insegnare in Messico non è come insegnare in Italia, oltre alle scuole delle città e dei maggiori centri abitati, ci sono le scuole della Montaña di Guerrero, della Sierra Mixteca e di Zongolica, della Selva del Chiapas o del Deserto di Sonora o della Sierra Tarahumara e molti altri luoghi poco accessibili, dove le aule sono fatte con pareti di lamiera ed il pavimento in terra battuta, quanto addirittura non si tratta da enramadas, spazi aperti dove i banchi e la lavagna sono organizzati all’ombra degli alberi e che si reggono solo grazie all’impegno degli insegnanti.
Il largo consenso che ha incontrato la loro protesta sociale iniziata a metà maggio e che ha visto coinvolti soprattutto gli Stati di Michoacan, Guerrero, Chiapas, Tabasco e Oaxaca, è il segno dell’irricevibilità di questa riforma. Il governo ha risposto con l’arresto pretestuoso di alcuni leaders della Seccion 22, come i segretari Rubén Núñez Ginez, Francisco Villalobos Ricardéz, Aciel Sibaja Mendoza, Heriberto Magariño López ma questo invece di intimorire le organizzazioni dei docenti ha alimentato le manifestazioni di rifiuto della riforma e questo in particolare nello Stato di Oaxaca, dove gli insegnanti hanno manifestato tanto nell’omonima capitale che nella regione dell’Istmo di Tehuantepec ed in particolare a Salina Cruz, Jalapa del Marqués, Ciudad Ixtepec, Juchitán de Zargoza, Santo Domingo Zanatepec. Qui il giorno 17 la polizia federale è intervenuta per togliere un blocco stradale sulla statale che porta verso la capitale. Testimoni raccontano di un attacco violento delle forze di polizia seguito da una vera e propria caccia all’uomo. Raccontano che alcuni dei manifestanti si erano rifugiati in un ristorantino del luogo, dove sono stati aggrediti con lacrimogeni a cui è seguita una irruzione della polizia. Il proprietario racconta: In 14 anni che siamo qui non avevamo mai visto niente di simile. Abbiamo avuto paura, ma anche coraggio. La polizia gridava ai maestri: “veniamo a rompervi le ossa”. Hanno preso a pedate ogni cosa. Alla fine dell’incursione il furgone dei proprietari aveva i vetri rotti e alcune motociclette che si trovavano li sono state danneggiate. Il deposito delle bibite è stato saccheggiato.
Dopo tre giorni, lunedì 20, alle prime ore del mattino, i manifestanti tornano a bloccare la strada che porta alla capitale.
Domenica 19 gli scontri hanno oltrepassato il livello di guardia nel municipio di Asunción Nochixtlán, contando numerosi feriti – tra cui anche 12 poliziotti – 23 arrestati e 8 morti, quasi tutti ventenni, tra cui un giornalista.
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Quando la polizia, alle prime ore del mattino, è intervenuta usando gas lacrimogeni e sparando anche ad altezza d’uomo, per disperdere l’occupazione della strada federale 190, la cittadinanza ha cercato di ostacolare l’assalto con lancio di pietre, barricate e bruciando veicoli sulla strada. Difronte alla resistenza degli integranti della Seccion 22 e della popolazione, la polizia federale ha risposto violentemente, anche sparando sui manifestanti.
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Alcuni testimoni riportano che la polizia abbia presidiato l’ospedale della zona permettendo solo l’accesso dei feriti dei militari e negando l’accesso dei civili che sono stati trasportati ad Hacienda Blanca, dove si sono verificati altri scontri tra manifestanti e polizia, che è intervenuta con l’ausilio di elicotteri.
Il lunedì successivo agli scontri, 20 giugno, sono stati registrati a Oaxaca de Juarez, capitale dello Stato, numerosi arrivi di aerei con truppe della polizia federale e della gendarmeria. La tensione era palpabile nella città.
I fatti di Oaxaca stanno provocando dure reazioni contro il governo in diverse parti del Messico, in Chiapas, in Guerreo e nella stessa Città del Messico, dove lunedì 20 vi è stata una manifestazione durante la quale sono state arrestate 41 persone, poi liberate, tra cui un giornalista che stava documentando i fatti, una avvocata e numerosi studenti. Gli arrestati denunciano di aver ricevuto un trattamento violento, incluso toccamenti alle donne e minacce di violenza sessuale. Denunciano inoltre che al loro rilascio non gli sono stati restituiti oggetti personali di valore. Già venerdì 17 la città aveva visto una manifestazione nazionale in appoggio alle richieste della CNTE ed un’altra è programmata per il 24.
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Si moltiplicano le dichiarazioni di solidarietà e gli appelli al dialogo e alla cessazione dell’uso della violenza da parte delle istituzioni. Tra questi l’appello-denuncia di 82 organizzazioni civili oaxaqueñe e la richiesta di Amnesty International di chiarire le responsabilità di quanto successo a Nochixtlán e punire i colpevoli.
Lo scrittore Paco Ignacio Taibo II, intervenendo ad una manifestazione convocata dagli insegnanti davanti al monumento voluto dalla cittadinanza per ricordare i 43 studenti sequestrati della scuola di Ayotzinapa, ha detto: “C’è una domanda terribile che si fa ognuno di noi: chi ha ordinato di sparare contro i docenti disarmati? Un comandante della polizia federale è capace di prendere una decisione di questa portata? Allora ci si domanda: e il governatore di Oaxaca? Il governatore è un povero diavolo alla fine del suo mandato! Allora chi ha potuto dare un ordine come questo: sparare per uccidere. Vogliamo i responsabili di quello che è successo a Oaxaca, lo Stato ha un nome”.
Anche l’Alto Commissario per i Diritti Umani delle N.U. martedì 21 ha inviato un gruppo di osservatori a Asunción Nochixtlán per verificare se vi siano stati abusi e violazioni dei diritti umani da parte delle “forze dell’ordine”.
In merito ai fatti di Nochitlan, l’ufficio in Messico dell’Alto Commissario per i Diritti Umani delle N.U., che è intervenuto unitamente alla Commissione Nazionale per i Diritti Umani, ha emesso il seguente comunicato:
Città del Messico, 21 giugno 2016
L’ufficio in Messico dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani condanna i fatti violenti successi a Nochixtlán y Hacienda Blanca, Oaxaca, il 19 giugno dove, in basse alle informazioni disponibili, almeno otto persone sono state private della vita e vi è stato un numero indeterminato di feriti, incluso poliziotti. Nello stesso tempo l’Alto Commissario ripudia l’uccisione del giornalista Elpidio Ramos Zárate, avvenuto all’incrocio tra Juchitan e Ixtepec, mentre documentava altri fatti violenti.
Sono addolorato per la perdita di te e la lesione all’integrità delle persone. In questi difficili momenti esprimo le mie condoglianze ai famigliari che hanno perso i loro cari”, ha detto Jan Jarab, rappresentante in Messico dell’Alto Commissario delle N.U. per i Diritti Umani. “Il mio Ufficio fa un appello perché si eviti la violenza e le parti coinvolte privilegino il dialogo rispetto allo scontro, al fine di prevenire il ripetersi di situazioni come quelle accadute”.
L’Ufficio impegna le autorità ad aprire una indagine indipendente, rapida, esaustiva e imparziale sui fatti citati, a chiarire le responsabilità e sostenere e riparare adeguatamente le vittime. Nello stesso tempo esorta le autorità a garantire il pieno accesso all’assistenza medica necessaria per tutte le persone ferite. L’Ufficio ricorda che quando in una azione di protesta si presentano situazioni di violenza che necessitano il ricorso, come ultima risorsa, all’uso della forza, le autorità
devono sottomettersi ai principi di ragionevolezza e proporzionalità, evitando violazioni al diritto alla vita e all’integrità fisica. Nello stesso modo, tutte le privazioni della libertà devono rispettare il diritto al giusto processo.
In questo contesto l’Ufficio reitera la raccomandazione formulata da diversi meccanismi internazionali per i diritti umani sull’opportunità di approvare una legge generale sull’uso della forza che sia applicabile a tutte le forze di sicurezza e garantisca una effettiva rendicontazione della sua applicazione.
Questo Ufficio darà puntualmente seguito a quanto successo in Oaxaca e indirà riunioni con le autorità, sia federali che statali, con le vittime e altri attori rilevanti, compresa la Commissione Nazionale per i Diritti Umani con la quale è in contatto rispetto ai fatti successi.
Anche 33 esponenti della società civile messicana, tra cui il vescovo Raul Vera Lopez, hanno lanciato un appello, a cui hanno aderito un centinaio di personalità nazionali e internazionali, come Alejandro Solalinde Guerra, Raul Zibechi, Pablo Davalos, Adolfo Gilly, Gustavo Esteva, Cuauhtémoc Cárdenas Solórzano, Norma Andrade, Pedro Pantoja, Leticia Gutiérrez Valderrama e un lunghissimo elenco di movimenti, organizzazioni, accademici e cittadini.
Nell’appello si denuncia la campagna mediatica contro il corpo insegnante che rifiuta la “riforma educativa”, seguita da una brutale repressione della protesta ed invita le autorità ad aprire spazi di dialogo verso le giuste richieste del movimento degli insegnanti. Sottolinea che la violenza e l’impunità sono fattori endemici del Paese e chiede la liberazione dei prigionieri politici, l’apertura di un tavolo con la CNTE e la fine della persecuzione verso i dissidenti, affermando che “cancellare il diritto alla protesta sociale è indubbiamente la caratteristica principale di uno stato autoritario”.
Nel frattempo alcuni difensori dei diritti umani, tra cui gli stessi Raul Vera, Alejandro Solalinde e Javier Sicilia hanno costituito una commissione con l’obbiettivo di costruire uno spazio di dialogo tra il governo federale e la CNTE.
La televisione messicana, grande sponsor dell’attuale presidente Peña Nieto, tace sui fatti o al più colpevolizza gli insegnati per quanto sta accadendo.
Tutto questo non deve meravigliare in un Paese che ha una lunga lista di richiami ed accuse alla violazione dei diritti umani, provenienti da organismi internazionali come, tra gli altri, il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria dell’ONU o il suo Relatore Speciale sulla tortura ma anche da organizzazioni della società civile come Amnesty International, Articolo 19 ed altri.
Non deve sorprendere il silenzio dei nostri media su questa quotidiana violazione dei diritti elementari in cui vive la gente del Messico, molte delle nostre imprese – anche partecipate dalle istituzioni, come ENI, ENEL, Finmeccanica – fanno lucrosi affari approfittando della svendita delle risorse di questo Paese al capitale internazionale.
Questo motiva, ma non giustifica, la calorosa accoglienza che i nostri effimeri governi hanno fatto al presidente Peña Nieto ed il colpevole silenzio di una stampa occupata a salvaguardare gli interessi dei propri editori.
Nonostante l’attenzione che ha posto sulla condizione del Messico la recente visita del Papa, poche sono state le voci che in Italia si levano a denunciare la grave e quotidiana violazione dei diritti umani in questo Paese, tra essi il procuratore capo di Palermo, Roberto Scarpinato, lo scrittore Roberto Saviano, l’accademico Nando dalla Chiesa ed alcune organizzazioni della società civile come Libera, Ya Basta o Carovane Migranti.

Chahuites

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(da un articolo di Guadalupe Thomas su “Quadratin”)

Il programma “Frontera Sur” li obbliga ad aggirare la città di Arriaga, camminano 13 ore seguendo la ferrovia, fino al territorio di Chahuites, il primo municipio di Oaxaca, che confino con lo Stato del Chiapas.

Un piccolo fuoco nel mezzo della montagna lenisce il freddo che soffia nella zona orientale dell’Istmo di Tehuantepec. Sei migranti stanno intorno al fuoco, per addormentarsi parlano di tutto. Alcuni ogni tanto si alzano per ispezionare, la polizia migratoria gli da la caccia di notte ed i banditi durante il giorno, stare sempre all’erta li aiuta a restare vivi e avanzare nel cammino.

Elsiva e Miguel Angel, il primo hondureño e il secondo salvadoreño, incontrano altri 4 migranti in Arriaga, Chiapas; due donne e due uomini. Tutti insieme entrano in territorio oaxaqueño la notte di mercoledì 21 gennaio.

La mezzanotte li sorprende a metà del cammino. Ci sono luci che vagano tra gli arbusti e la ferrovia. Elsiva e Miguel Angel sanno che è cominciata la caccia da parte degli agenti dell’Instituto Nacional de Migracion (INM). La reazione è pronta, tutti si buttano al suolo e restano immobili per mezz’ora, pregano tutti i santi per non essere scoperti. Poi si alzano lentamente e restano un’altra mezz’ora accovacciati. Sentono il veicolo dell’INM allontanarsi. Hanno passato il primo ostacolo, per ora.

I primi raggi del forte sole dell’Istmo li trova stanchi, intorno alla brace fumante. Sono affamati. Cercano acqua in una pozza, l’acqua è sporca ma la fanno bollire per prepararsi un caffè.

Rianimati ricominciano a camminare, quando ad un tratto tra gli arbusti secchi, già vicini a Chahuites, appare un uomo armato di fucile. Gli domanda chi e quanti sono, dove vanno. Elsiva e Miguel Angel, quelli più avanti del gruppo, evadono la domanda e continuano il cammino, però il fucile li ferma. Sei persone sono una buona preda. L’uomo li sospinge all’interno della vegetazione, li deruba di tutto. Questa volta non hanno passato l’ostacolo.

Completamente demoralizzati, senza zaino ne soldi, i 6 hondureñi e salvadoreñi, giovedì 22 gennaio arrivano al Centro di Aiuto Umanitario per Migranti di Chahuites, una appendice della casa per migranti “Hermanos en el camino”, fondata da Alejandro Solalinde Guerra a Ciudad Ixtepec. Armando Mejia, responsabile del Centro, li riceve ed ascolta i dettagli dell’assalto. La descrizione dell’assaltante coincide con altre descrizioni denunciate nella zona di Arriga-Chahuites-Tapanatepec.

In questi primi giorni del 2015 il Centro ha già sporto 15 denunce alla Fiscalia Specializzata nell’Assistenza al Migrante di Chahuite, appartenente alla Procura Generale di Giustizia dello Stato. “Le denunce che riceviamo” dice Armando, “si riferiscono alla zona de Los Corazones, frazione di Tapanatepec, o alla zona di Chahuites. Le descrizioni degli assaltanti e delle modalità coincidono.

Da gennaio 2015 il numero di migranti è raddoppiato. Di 20 persone che arrivano al Centro, 15 sono assalite nel percorso tra Arriaga e Chahuites. Il Centro ha individuato 4 punti pericolosi, tra questi Los Corazones e La Chatarrera. Da quando si è implementato il programma “Frontera Sur”, afferma l’attivista, una piccola percentuale di migranti attraversa camminando Chiapas e Oaxaca, il 90% utilizza altre modalità di spostamento, incluso il viaggio per mare.

Elsiva Orlin Pineda di 24 anni, originario di La Ceiba-Honduras, Miguel Angel Mendez di 40 anni, di El Salvador, hanno tentato di utilizzare il percorso marittimo, però i trafficanti gli chiesero 250 dollari ciascuno per trasportarli da Puerto Madero (Chiapas) a Salina Cruz (Oaxaca). La mancanza di denaro li ha obbligati a camminare lungo la ferrovia.

Nel Centro ricevono assistenza medica e legale, possono riposare e rifocillarsi. Il Centro si mantiene con donazioni. Qualcuno si ferma anche tre giorni o più, dipendendo dallo stato di salute, prima di riprendere il loro pericoloso cammino.

 

SUCCEDE CHE …..

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Un amico, attivista e migrante, che ha condiviso con l’albergue “Hermanos en el Camino” molti giorni e battaglie – che per sicurezza chiameremo Luis – ha deciso di riprendere il suo viaggio verso gli USA. Ha scelto la rotta più corta ma anche la più difficile, la più pericolosa. Quella che attraversa lo Stato di Tamaulipas per arrivare in Texas. Un territorio sotto il controllo della malavita organizzata.Contratta così una guida, una “pollera”, che lo porti fino a destinazione. (altro…)

Il massacro di San Fernado – 2011

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Sul notiziario della giornalista Carmen Aristegui del 22 dicembre si riprende il fatto del massacro di San Fernando (Tamaulipas), venuto alla luce nel marzo 2011 a seguito del ritrovamento di 194 corpi di migranti sepolti in fosse clandestine. (altro…)

Violenza e istituzioni

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Sul numero dell’8 dicembre di quest’anno della rivista “Zeta” c’è un articolo di Enrique Mendoza Hernandez e Rosario Mosso Castro sulla violenza in Messico, non solo contro i migranti ma anche verso i cittadini messicani.

L’articolo rileva come notoriamente la violenza in questo paese sia cresciuta in maniera esponenziale ne sessennio della presidenza di Felipe Calderon e della sua politica di “guerra al narcotraffico”. Rilevando inoltre come l’attuale governo di Peña Nieto segna una sostanziale continuatà su questo tema. L’unica differenza con Calderon è stato il tentativo di Peña Nieto di silenziare l’informazione sull’onda di violenza che attraversa il Messico, seguendo il principio, noto anche in Italia, che “se non se ne parla, il problema non esiste!” (altro…)

Difendere i difensori

BOJAY, HIDALGO.

 foto Prometeo Lucero

Durante il suo percorso, il lunedì 24 novembre, la Carovana delle Madri Centroamericane si era fermata a Bojay, nello Stato di Hidalgo. Poche ore prima dell’arrivo della Carovana, un gruppo di migranti era stato sequestrato da una banda locale. Grazie alla segnalazione di altri migranti, appoggiati dagli attivisti del locale “Albergue”, è stato possibile arrestare i sequestratori e liberare i migranti che, con l’assistenza del personale della Carovana, hanno sporto denuncia permettendo la detenzione dei sequestratori. (altro…)